Se mi sbaglio, mi corrigerete

A proposito di errori e correzioni, dopo la prima uscita pubblica di Leone XIV, e la sua doppia “stecca” sull’imperfetto del verbo “benedire”, abbiamo avuto voglia di sfogliare per l’ennesima volta un libro di grammatica originalissimo intitolato “Val più la pratica”. In apertura, l’autore Andrea De Benedetti” riporta quattro interessantissime citazioni. Innanzitutto quella attribuita a Delacroix dice: “Due cose l’esperienza deve insegnare: la prima, che bisogna correggere molto; la seconda, che non bisogna correggere troppo”.
La quarta è quella ben nota di Giovanni Paolo II: “Se mi sbaglio, mi corrigerete”, o, come è riportato da De Benedetti: “Si sbalio, mi corigerete”.
Ci chiediamo subito: facciamo bene a prendere penna e carta, per così dire, e versare inchiostro su queste quisquilie? Cioè è opportuno soffermarcisi oppure è pedanteria, è “correggere troppo”, per dirla con Delacroix?
“Errare humanum est”, lo sappiamo bene noi che erriamo varie volte al giorno; tra l’altro, l’evoluzione della vita, come delle lingue, si fonda proprio sull’errore.
Vediamo intanto altre simili inezie. Per anni ci siamo chiesti se fosse o no opportuno trovare il modo per correggere un parroco bravo che recitava il credo dicendo “dalla stessa sostanza del Padre” anziché “della stessa sostanza del Padre”. Un’altra volta si è trattato di decidere che cosa fare con un lettore, anch’egli bravo, che sistematicamente concludeva dall’ambone con la formula abusiva “È parola di Dio” anziché, come indicato dal lezionario, “Parola di Dio”. E che cosa fare con un professore universitario anziano che, sempre dall’ambone, legge “persuàdere” anziché “persuadére”? Niente.
Ora, ritorniamo al nostro tema “sbagliare e correggere” e osserviamo innanzitutto che, via via che passano gli anni, diventa sempre più difficile correggere qualcuno perché la gente semplicemente non ama essere corretta né contraddetta, tutti sono “maestri in Israele” e si oppongono decisamente all’idea della correzione, perciò sono sempre meno quelli che accettano, anzi con umiltà sollecitano: “Si sbalio, mi corrigerete”. In secondo luogo, se lo dice e lo ripete il professore ordinario o il parroco o il papa, si pone un delicato problema: da una parte, chi ha il coraggio di correggere l’autorità? Dall’altra gli sprovveduti sono portati ad imitarli, perché “Val più la pratica”, trascurando di tenere a portata di mano una buona grammatica.
Noi, da parte nostra, ricordiamo che l’adagio “Sbagliando si impara” è utile e valido se inteso con l’aggiunta “e correggendo” dopo la prima parola, cioè “Sbagliando, e correggendo, si impara”, perché sbagliando, nelle grandi come nelle piccole cose, senza prenderne consapevolezza si persevera nell’errore e, come è noto, perseverare è diabolico.
Esaminiamo meglio a questo punto la buccia di banana sulla quale è scivolato Leone XIV. Egli ha detto ben due volte, leggendo da un testo scritto, “benediva” anziché “benediceva”. Ora, si dirà: “È uno straniero”, e noi rispondiamo: “Però parla molto bene l’italiano, non come Giovanni Paolo II al suo esordio”. Quindi? La questione non è oziosa. Infatti, la regola dice che i verbi composti del verbo “dire” come benedire, maledire, ridire, contraddire si coniugano come il verbo irregolare dire dal quale derivano. E perché invece molti in Italia dicono “benediva” e “benedivano” anziché “benediceva” e “benedicevano”? Semplice, perché coloro che sono disattenti credono che questi verbi siano della terza coniugazione come “partire”; in altre parole, come dicono gli esperti, “benedire” nella testa dei distratti subisce l’attrazione dei verbi in “ire”. Ebbene, è grave che il nuovo papa sia scivolato sulla buccia di banana? No; questo fatto banale più che dirci qualcosa su di lui, ci dice molto sullo scarso rigore con cui parlano l’italiano coloro che lui ha frequentato, o su una certa loro mancanza di coraggio.
Noi siamo della scuola di Giovanni Paolo II, ci piace l’idea “Se mi sbaglio, mi corrigerete”.

Tommaso Cariati

4 Replies to “Se mi sbaglio, mi corrigerete”

  1. A proposito di “correzioni”, come tu mi insegni, qui da noi, in Calabria, si adopera spesso il proverbio: “nessuno ti dice lavati la faccia che sembri più bello”. Qunado la “correzione” è costruttiva e viene accettata con umiltà, anche se dolorosa, non può che far crescere.

  2. Si tratta di un nostro proverbio molto diffuso; è vero.
    Io però ho sempre creduto all’opera preziosa dei maestri che, oltre a insegnare cose valide, correggono gentilmente e si correggono.
    Purtroppo oggi sono diventati adulti, e genitori, quelli che sono cresciuti con l’ideologia del lasciar correre promossa da autorevoli pedagogisti e pediatri, se no i mocciosi crescono frustrati! E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

  3. Certamente! L’opera dei maestri, in tutti i campi, oltre che preziosa la reputo assolutamente indispensabile. Non posso entrare in problematiche che ho vissuto solo di rimbalzo, ma credo che il vostro lavoro di “correttori” è stato in parte vanificato da una falsa cultura permissivista che, giustamente come dici tu, ha prodotto effetti squallidi. Noto, però, che fortunatamente c’è ancora tanta brava gente, anche fra i giovani, che gli insegnamenti e le correzioni li recepisce.

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