Ho assistito all’apertura del festival della poesia di Cosenza, in piazza 11 settembre, davanti al “palazzo degli uffici”; motto: “Dove si librano le parole”. C’era abbastanza gente, tra organizzatori, autorità, iscritti alla “maratona di poesia”, pare una cinquantina, programmata per il pomeriggio.
L’allestimento e la programmazione mi sono parsi abbastanza curati. Purtroppo i lavori sono iniziati con circa un’ora di ritardo giacché abbiamo dovuto aspettare il sindaco. Peraltro, ad attendere non sono stati costretti solo il pubblico e gli autori, ma anche il prefetto, il comandante dei carabinieri e altre autorità. Perfino gli organizzatori cominciavano a spazientirsi.
A mo’ di scuse, il primo cittadino, quando ha preso a parlare, più o meno ha detto: “…ho fatto tardi, ma la mia presenza non era prevista a causa di molti impegni istituzionali…”. Come “non era prevista”? Ma se è nel programma stampato settimane fa? Forse voleva dire: “La mia presenza, a causa di impegni improvvisi e inderogabili, in questi giorni è stata a rischio”, e la misericordia ci indurrebbe a giustificare tutto, dicendo: “Ma se ha avuto impegni istituzionali importanti e inderogabili, pazienza!”
Tuttavia, quando è arrivato non era affatto trafelato, o provato dalla gravità degli impegni fronteggiati, o mortificato, anzi era fresco come una rosa e sorridente; in secondo luogo, non poteva informare degli “impegni improvvisi, gravi e inderogabili”? Non poteva consigliare di cominciare, riservandosi di offrire il suo aulico discorso durante una pausa dei lavori o alla fine della mattinata?
In Italia i politici ritengono che noi comuni mortali attribuiamo loro un’importanza direttamente proporzionale al ritardo che ad arte fanno agli eventi pubblici con la scusa di gravi impegni istituzionali.
Comunque, “dove si librano le parole” tutto si sopporta, insieme al caldo di giugno nella fossa cosentina.
Ma veniamo ai poeti; primi due interventi, due poetesse … pardon, due poete, o dovremmo dire due poeti donne? Mi pare che ancora non siano d’accordo se dire di sé “una poeta” o “un poeta”; “poetessa” non lo dice più nessuno all’époque LGBTQIA+. D’altra parte la musa si posa su chi vuole!
La prima, brava con le parole, che tra l’altro per campare si occuperebbe di dizione, ha letto vari componimenti da una silloge. Abbiamo sentito pensieri e sentimenti, ma poesia non tanta. La sua performance è culminata con la declamazione de “La guerra di Piero” del noto cantautore genovese, testo stampato proprio nel suo volumetto, perché le parole si “librano”, forse nel senso che servono a riempire libri. Ci auguriamo abbia chiesto l’autorizzazione ai titolari dei diritti d’autore!
La seconda poeta, dopo la lettura di una noterella critica a cura del direttore artistico, anch’egli poeta, ovvio, ha parlato per un lungo intervallo in astratto del suo libro e delle sue idee, come per dimostrare in anticipo un teorema, al punto che qualcuno dal pubblico per due volte le ha detto sottovoce: “Sentiamo i versi! Sentiamo i versi!”
Quando ha cominciato a leggere si è capito che trattavasi di una lunga storia, forse racconto o romanzo, di cui ha proposto un frammento, giacché certo non poteva declamare tutto. E la poesia? Se c’era, non ci ha entusiasmato.
Oggi “le parole si librano” a tutte le latitudini: nei social e nel web, nel parlamento, sui mezzi di informazione e disinformazione, oltre che alle fiere, ai moltissimi festival italiani della letteratura, della mente, del diritto, della filosofia, del vino e delle castagne, delle lagane e ceci o della pasta e cicerchie, e, naturalmente, della poesia in almeno un paio di sedi.
Ma la Parola davvero si libra?
11 giugno 2025
Sono cose che indignano e scoraggiano. Indignano perchè, evidentemente, chi ha ritardato con tanta mancanza di rispetto appartiene alla schiera di coloro che non attribuiscono importanza alla cultura, nella sue varie forme, poesia compresa. Scoraggiano perché chi vuole avvicinarsi a questa nobile arte, o ricerca in queste manifestazioni nuovi stimoli, rimane inesorabilmente deluso dalle situazioni che hai descritto. Poi, si sa, viviamo nel mondo delle chiacchiere e del ” chiacchiericcio” ( come lo chiamava Papa Francesco) che, sempre più spesso, diventano persino armi letali.