Volevo essere un Napoleone

Nella cronologia delle opere di Dostoevskij si osservano intervalli di anni in cui il grande scrittore russo non pubblica niente. La prima di queste interruzioni, durata più di due lustri, si verifica nel periodo durante il quale il romanziere sconta la pena in cui gli viene commutata la condanna a morte, inflittagli per aver partecipato a un circolo politico; e il silenzio si capisce.
La seconda discontinuità, di tre o quattro anni, intercorre tra le “opere ordinarie”, per così dire, e quelle che vengono considerate i “classici” di Dostoevskij. In questo periodo muore la moglie, e muore il fratello, che insieme a lui pubblicava una rivista di cose letterarie; e anche questo silenzio si capisce.
La fase dei classici viene inaugurata da “Memorie dal sottosuolo”, ma è “Delitto e castigo” l’opera più importante dell’inizio del ciclo di romanzi della maturità. Però, en passant, mentre lavora alla grande architettura psicologica di “Delitto e castigo”, il romanziere è costretto a dedicarsi, per ragioni finanziarie e contrattuali, anche a “Il giocatore”, un romanzo basato sulla notevole esperienza dell’autore con il casinò. In esso abbondano i colpi di scena, facili da creare con le vincite e le perdite alla roulette. Il più importante colpo di scena però è l’arrivo a Rouletteburg, la città fittizia in cui si trovano i personaggi, di una vecchia signora moscovita, ricca e disabile, capricciosa e prepotente, della quale si attendeva piuttosto la notizia della morte e l’eredità. Piombata sul posto, provocando lo sconcerto dei parenti che contavano sulle sue ricchezze, la vecchia si fa portare al casinò e si mette a giocare con grande vitalità e passione, sbalordendo tutti.
L’opera ha un andamento “tranquillo”, con personaggi che chiacchierano e oziano, fino all’arrivo della vecchia, dopo di che subisce un’accelerazione con la ricca signora ai tavoli da gioco; poi, dopo uno strano viaggio a Parigi, seguono vincite mirabolanti del giocatore e un finale stravagante. Il piano dell’opera appare carente e vi affiorano qua e là comportamenti tipici del nichilista spaccone. Il romanzo avrebbe potuto intitolarsi “I giocatori”, visto che a Rouletteburg in qualche modo giocano tutti, o “Il casinò”.
“Memorie dal sottosuolo” è un’altra opera che soffre di carenza nella progettazione: la prima parte è stata concepita in modo indipendente dalla seconda e si basa su un lungo monologo o flusso di coscienza del protagonista. Nella seconda, invece, “l’uomo del sottosuolo” narra, anche con ironia, alcune vicissitudini che lo hanno coinvolto.
L’incipit di questo libro – “Io sono un uomo malato… astioso. Sono un uomo malvagio. Credo di essere malato di fegato.” – potrebbe scoraggiare molti lettori sani di mente. Difatti il protagonista è figura di uomo malato, psicopatico, nichilista, inutile, inetto, cara a Dostoevskij, che affiora come un fiume carsico in molti luoghi della sua opera.
“Delitto e castigo” o “Il delitto e la pena” è un lunghissimo giallo capovolto: c’è il delitto, c’è l’inchiesta e c’è la condanna, ma il lettore sa fin dall’inizio come stanno le cose e, benché le autorità solo alla fine possono chiudere il caso, al lettore viene il sospetto che anche gli inquirenti sappiano dal principio chi è il colpevole. Il giudice istruttore, Porfiry Petrovich, il cui nome richiama l’aristocratica porpora, gioca come il gatto col topo con Raskolnikov, l’assassino, in una snervante dinamica psicologica forse mai vista prima in un’opera letteraria. Raskolnikov, nome che significa “diviso”, “scisso”, è il protagonista del romanzo giacché è presente dall’inizio fino alla conclusione, ma, pur volendo essere “un Napoleone”, è un antieroe, un malato, un debole, mentre, paradossalmente, l’antagonista che conduce l’inchiesta, risulta sicuro, molto efficace e convincente.
Dostoevskij in “Delitto e castigo” sembra aver esagerato, sia col suo iperrealismo, sia con il virtuosismo. L’autore, bravissimo, si lascia prendere la mano; il romanzo è prolisso e troppo dettagliato: se non lo avesse pubblicato a puntate, avrebbe potuto prosciugarlo, tagliandone via almeno un quarto. Sorprende la bravura dell’autore con i giochi psicologici, che fanno di “Delitto e castigo” una specie di trattato di scienze della mente ante litteram. In quest’opera i colpi di scena, utili per dare dinamicità alla narrazione, presenti quanto ne “Il giocatore”, sono stati resi possibili grazie alle stranezze o alla follia di vari personaggi, di Raskolnikov in primis, inquieto e imprevedibile, abilitato a fare e dire tutto e il suo contrario.
Raskolnikov ha ucciso una vecchia usuraia, “un pidocchio”, secondo la sua definizione, anzi due, ma la conclusione è patetica: colui che voleva essere un Napoleone non è sostenuto da risorse psicofisiche adeguate, e subisce sia il castigo autoinflitto durante l’inchiesta con i tormenti e gli scrupoli, sia la pena irrogata dalla giustizia. Alla fine si converte e vive felice e contento con Sonja, ma il caso non si può generalizzare in paradigma, giacché un Napoleone, un Hitler, un Riina non si converte come Rodion Romanovich Raskolnikov, cambiando radicalmente vita.

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