Lo studioso di storia della lingua Luca Serianni, a un certo punto della sua vita, volle pubblicare un’antologia di cento poesie e la intitolò “Il verso giusto”, con riferimento sia a una “misura” che lui evidentemente aveva in mente, sia forse a un certo “verso” di marcia.
Quest’opera costituisce in qualche modo un canone.
La parola “canone” deriva da “canna” e conserva l’idea della misura. Infatti, nell’antichità si usavano pertiche come strumenti di misura di lunghezza, oppure canne. Incontriamo il “canone” nelle scritture cristiane: l’insieme degli scritti sacri che, avendo determinate caratteristiche, sono stati approvati, mentre altri vennero respinti. Anche il diritto canonico discende dalla stessa radice e la canonizzazione di qualcuno equivale al riconoscimento che quel tale possiede i requisiti del canone stabilito per i santi.
I canoni letterari non sempre sono evidenti per i lettori. Eppure, se confrontiamo due antologie di epoche diverse compilate, per esempio, per la scuola, scopriamo che non tutti gli autori di un certo periodo trattati in una si trovano anche nell’altra, oppure osserviamo che un autore viene proposto con differenti gradi di approfondimento nelle due opere. Le antologie si basano su scelte, filtri, setacci non casuali; e dato che non ce ne sono solo per la scuola, costituiscono strumenti di “canonizzazione”.
Intorno alla metà del XX secolo Erich Auerbach, un filologo tedesco, ha pubblicato un libro intitolato “Mimesis”, una raccolta di venti saggi dedicati prevalentemente ad autori delle lingue romanze; l’opera fu accompagnata da molte critiche.
Alla fine del Novecento, Harold Bloom, uno studioso americano, ha dato alle stampe un’opera di teoria della letteratura intitolata “Il canone occidentale”, al centro della quale troneggia Shakespeare. Questo libro ha suscitato dibattiti e polemiche note addirittura come “guerra del canone”.
In anni più recenti, uno studioso spagnolo di letteratura, Jesús G. Maestro, ha scritto invece un’opera in tre volumi intitolata “Crítica de la rasón literaria” in cui dà i propri criteri per un canone. Si è messo poi a lavorare a un elenco di trenta opere, le più importanti a suo giudizio e secondo la “Crítica de la rasón literaria”, della letteratura di tutti i tempi, a partire da Omero, passando per la Bibbia. Questo è un canone e mette al centro Miguel de Cervantes.
E in Italia? Neppure da noi la critica, i gruppi e i movimenti sono fermi, sebbene si muovano appoggiandosi di volta in volta a modelli russi, francesi, anglosassoni. Per esempio, le “Lezioni americane” di Calvino che cosa sono se non la base per la definizione di un canone?
Vediamo meglio alcuni fenomeni italiani. Per esempio, vari decenni fa si dava importanza a Moravia, oggi non più, e si parlava di Montale, Ungaretti e Quasimodo come delle tre colonne della poesia del Novecento; oggi Quasimodo non è più uno dei primi tre. Ancora, chi ricorda più Carlo Cassola e chi parla di Silone? E non sappiamo che fine stiano facendo Morante, Ortese, Ginzburg. Invece, saltano spesso fuori Volponi, Fenoglio, Primo Levi, ma in misura decrescente Pavese e Vittorini, mentre i grandi dovrebbero restare Pirandello, Svevo e Gadda, e non crediamo vengano superati da Camilleri, Baricco, Saviano, Murgia, Carofiglio o D’Avenia.
Ci si chiede: ma il lettore deve avere una laurea per orientarsi? Intanto, non deve essere ingenuo, il lettore, e non deve leggere solo per il piacere di leggere. Poi è bene sappia che se si prendono in considerazione i premi Nobel, ad esempio, pur con tutti i limiti, si segue un canone. Se compriamo e leggiamo le opere degli autori che sono entrati nei “Meridiani” Mondadori, in un certo senso seguiamo un canone. Se consideriamo i libri vincitori di un certo premio nazionale, in qualche modo parliamo di un canone.
Insomma, i pesi e le misure non sono solo a Sèvres presso Parigi per la scienza e la tecnica, ma si applicano anche ai romanzi che leggiamo al mare sotto l’ombrellone.
Canoni e misure