Ho pubblicato il mio primo libro a Roma nel 1986. Quando, al terzo incontro con il responsabile della cooperativa editoriale, mi sono accomodato per firmare il contratto, lui si è seduto di fronte e ha messo due copie del contratto tipo sulla scrivania, una davanti a me e una davanti a lui; mi ha guardato e ha detto: “Leggiamo, ragioniamo, compiliamo, eventualmente modifichiamo”. Qualche punto l’abbiamo modificato, apponendo a margine due sigle, la mia e la sua. Quando siamo arrivati in fondo, ci siamo guardati e abbiamo firmato entrambi, tutt’e due le copie. Saranno stati tre o quattro fogli.
Alcuni anni dopo, ho firmato un nuovo contratto con altro editore. I fogli, molto di più, mi sono stati spediti a casa per posta e mi si chiedeva di firmare e restituire: nessuna spiegazione, nessuno sguardo reciproco né stretta di mano, niente modifiche, niente copia controfirmata dall’editore; prendere o lasciare.
Io ho preso la macchina e ho fatto duecento chilometri per la firma del benedetto contratto: viaggio inutile, se non per portare a casa la copia controfirmata; impossibile cambiare qualcosa, neppure una virgola.
Molti anni dopo, nuovo contratto con altro editore: una dozzina di pagine per posta elettronica. La metà del testo, pieno di termini giuridici, parlava di cose che con le mie poesie non avevano nulla a che fare. “Giacché è in formato elettronico,” mi dicevo, “perché non lo hanno adattato al mio caso che loro, amici di famiglia, conoscono bene?”
Per ottenere l’inserimento di una piccola clausola utile a me e senza pregiudizio per l’editore, cioè una soluzione Pareto ottima, ho dovuto sudare le proverbiali sette camicie. Alla fine ho firmato e spedito; dopo qualche tempo abbiamo ricevuto la copia controfirmata. Un paio d’anni dopo, stesso editore, nuova opera: ho firmato, ma né il contratto è tornato indietro né il libro ha visto la luce.
All’altezza dei nostri giorni, al primo quarto di secolo del Terzo millennio, ho preso visione di una bozza di contratto, di un nuovo editore, e sono rimasto impressionato. Innanzitutto, te lo scarichi tu da un link che funziona male; poi si tratta di un testo lunghissimo, con allegati, per un totale di sedici pagine, farraginoso e ridondante, infarcito di termini giuridici che sconsigliano di firmare senza consultare un professionista addetto ai lavori.
Se si sfogliano le norme che le piattaforme di self publishing chiedono all’utente di accettare, dichiarando espressamente di aver letto bene e compreso tutto, si arriva anche a venti pagine di contratto: niente sguardi, niente stretta di mano, solo interazione con macchine.
Ebbene, che cosa sta succedendo?
Semplice: loro, che hanno il coltello dalla parte del manico, conoscono bene la situazione tipo sabbie mobili in cui si muovono, che talvolta essi stessi hanno contribuito a creare, e si arroccano in una torre d’avorio giuridica precostituita. E il povero autore che fa, consulta avvocato e commercialista?
Ma cavolo, dobbiamo stampare un libro di poesie, che notoriamente rende poco, o costruire il ponte sullo Stretto?
T. C.
Libro di poesie o ponte sullo Stretto?