Letteratura da preti

Nel mese di luglio 2024 mi è capitato di leggere un documento di papa Francesco, fresco di inchiostro, per così dire, articolato in nove parti e quarantaquattro numeri. Si tratta di una lettera indirizzata ai seminari, ma alla fine rivolta a tutti, in cui l’autore spiega l’importanza della letteratura nella formazione, ricordando, tra l’altro, la sua esperienza come professore di lettere in un liceo dei gesuiti quando aveva ventotto anni.
Nel discorso ai poeti, pubblicato poi nel libro “Versi a Dio. Antologia della poesia religiosa”, Bergoglio afferma:
“Le parole degli scrittori mi hanno aiutato a capire me stesso, il mondo, il mio popolo; ma anche ad approfondire il cuore umano, la mia personale vita di fede, e perfino il mio compito pastorale, anche ora in questo ministero. Dunque, la parola letteraria è come una spina nel cuore che muove alla contemplazione e ti mette in cammino. La poesia è aperta, ti butta dall’altra parte”.
Ma quali poeti raccomanda il Papa? Peguy, Claudel, Turoldo? È vero che nei suoi scritti parla spesso di Dostoevskij e Dante, e la cosiddetta “Biblioteca del Papa” comprende Holderlin, Manzoni ed Hernández, ma, ricordiamo, che da una parte con i buoni sentimenti non si fa poesia, dall’altra parlare di Dio non garantisce di fare buona poesia, né tu sei Beato Angelico perché dipingi l’annunciazione.
Chi, ci chiediamo, ha aiutato il Papa stanco e malato a scrivere la lunga lettera ai seminari? Nel mese di luglio non deve essere stato facile trovare qualcuno del mestiere disponibile a sviluppare un tema tanto particolare.
Se guardiamo i riferimenti bibliografici, notiamo che non ci sono nomi famosi del mondo della critica, della filologia, della teoria letteraria. No; ci sono preti, teologi, confratelli gesuiti e alcuni autori tra i quali spicca il suo connazionale J. Luis Borges. Ovviamente, non mancano riferimenti a san Paolo, al vangelo, a qualche padre della Chiesa.
E che cosa comunica il documento?
L’autore sostiene che attraverso la lettura si imparano tante cose, si spazia, “si riscrive l’opera”, si scoprono molti aspetti di come va il mondo, ci si mantiene aperti, accoglienti, misericordiosi, per questo consiglia che nella formazione dei preti non manchino buoni libri che fanno “fiorire la ricchezza della propria persona”.
L’autore afferma che “per un credente che vuole sinceramente entrare in dialogo con la cultura del suo tempo, o semplicemente con la vita delle persone concrete, la letteratura diventa indispensabile”.
Mancano però criteri sicuri che dovrebbero guidare i seminaristi o i direttori dei seminari nella scelta di “buoni libri”. Sembra che, dopo secoli di libri messi all’indice, il Papa dica: “Leggete, leggete perché leggere fa sempre bene”.
Umilmente, osiamo dubitare che sia una buona idea, con tutto quello che circola, mandare allo sbaraglio i seminaristi; anzi temiamo che se un seminarista si appassiona alla letteratura potrebbe diventare un nuovo Campanella, un Vincenzo Padula e perfino un Duonnu Pantu, tralasciando la vocazione.
D’altra parte, se l’autore ha ritenuto tanto urgente affrontare la questione col caldo di luglio, sapeva che in questo campo non si può contare troppo su sensibilità e competenza dei preti, docenti dei seminari o parroci e direttori spirituali.
Chiediamoci ancora: a quale teoria della letteratura, o a quale canone, si richiama il Papa? Questo non è chiaro, anzi quando accenna a definire la letteratura, usa metafore a volte contraddittorie. L’autore sembra riferirsi all’idea di opera aperta o della messa al centro del lettore, e a un comune sentire tra le persone mediamente istruite, che fa dire a un tale che conosciamo: “Avere qualche infarinatura su Moravia e Calvino è utile per poter stare a proprio agio nei salotti”.
Naturalmente il Papa non dice questo, ma insieme a Borges e a Ignazio di Loyola, per esempio, non cita Giovanni della Croce né Cervantes, due colonne della letteratura nella sua lingua, né Juan Rulfo, e nemmeno Gadda o Pirandello.
Del resto, Jorge Milia, uno degli allievi del papa-professore di liceo, diventato poi giornalista e scrittore, ricorda che Bergoglio diceva che il libro che l’autore ha scritto, e che il libraio ti vende, contiene solo metà dell’opera, l’altra metà ce la mette il lettore!
Ci sono altri due elementi che danno da pensare di questa lunga lettera. Il primo: forse lo scritto è davvero farina del suo sacco, potrebbe perfino essere basato su idee che egli portava con sé dal tempo in cui, a ventotto anni, per preparare le lezioni doveva pur consultare qualche manuale; secondo: lo scritto, come è stato notato da specialisti, sembra il saggio di uno studente, compilativo, abbastanza prolisso, un poco ridondante, scarsino di fonti, col quale l’autore avrebbe forse appena superato l’esame. Insomma, i consiglieri non lo hanno aiutato molto.
Se poi non fosse solo farina del suo sacco, lo diciamo con rispetto per tutti, ma ci fosse lo zampino di un prete, come esperto o almeno cultore della materia, allora potremmo dire che questa è letteratura da preti!

One Reply to “Letteratura da preti”

  1. Articolo estremamente interessante.
    Non oso commentare a fondo in quanto credo che l’argomento richieda una preparazione specifica.
    Mi sembra, comunque, un’analisi molto lucida. Complimenti😉

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