Ci vuole intelligenza

La cosiddetta intelligenza artificiale viene da molto lontano. Taluni la fanno risalire ad Alan Turing, uno dei padri dei computer, insieme a Von Neumann, altri a Warren McCulloch e Walter Pitts, che furono i primi a ispirarsi alle reti neurali del cervello.
Ma di quale intelligenza parliamo quando citiamo la capacità conferita talvolta alle macchine di imitare qualche abilità umana?
Bisogna chiedersi: come è fatto l’uomo e come sono fatte le altre creature, ché, se vivono, non sono stupide? La risposta è diversa a seconda che rivolgiamo la domanda ai filosofi, agli psicologi, ai teologi, agli artisti, o a matematici, informatici, fisici e ingegneri.
Ebbene, quale strada hanno seguito i tecnici per realizzare ChatGPT o DeepSeek? Quella indicata dalla maggior parte di teologi, psicologi e filosofi? Impossibile. Eppure vari studiosi negli ultimi decenni, proprio mentre gli ingegneri lavoravano alacremente per realizzare il nuovo Golem, ci hanno parlato di intelligenza emotiva, di intelligenze multiple, di dignità, profondità, originalità, pudore della persona umana.
Chiedetevi: di quale capacità sono stati dotati i sistemi di intelligenza artificiale generativa basati su linguaggi Llm? Hanno intelligenza emotiva? Hanno intelligenza spaziale? Hanno intelligenza interpersonale? Pensano, amano, soffrono e ne hanno consapevolezza? Possono decidere di accendersi e spegnersi? Possono dire: “Basta, mi sono stufato?” Niente di niente.
I sistemi di intelligenza artificiale si basano su un modello brutalmente riduzionista dell’uomo, fatto a immagine e somiglianza di matematici, fisici e ingegneri, i quali evidentemente credono che solo la loro sia intelligenza, quella che opera su segni, combinazioni e permutazioni, e si adatta bene alle regole della logica e della sintassi di linguaggi formali.
Del resto, le prime applicazioni di sistemi simili hanno avuto a che fare con gli scacchi, con rompicapi come quello di colorare il mappamondo diviso in stati con quattro colori soltanto, il gioco del Go, e i primi calcolatori li chiamavano pomposamente “cer-vel-li e-let-tro-ni-ci”.
Ma è intelligente un uomo o una donna che avesse zero intelligenza emotiva, nessuna intelligenza spaziale e cinestetica, zero intelligenza musicale, nessuna volontà, zero intelligenza relazionale, intrapersonale, interpersonale, trascendente; sarebbe intelligente solo perché è un genio nella risoluzione di enigmi e nella combinazione di parole e di frasi, non per il loro senso, ma su base statistica e dell’imitazione dei modi esibiti dagli uomini in situazioni simili?
Direi che sarebbe da tutti considerato noioso, un signorsotuttoio, rompiscatole, antipatico, ben stupido.
D’altra parte, i cosiddetti sistemi di intelligenza artificiale impressionano l’utente medio, mediamente pigro e di intelligenza non eccelsa; ma l’umanità annovera anche geni come Aristotele, Archimede, Euclide, Leonardo, Brunelleschi, Annibale, Dante, Cervantes, Mozart, Marie Curie, Einstein.
Una persona di cultura medio-alta, e intelligente, quando ha scoperto che questi sistemi consumano tanta energia quanta ne serve in una città intera e come vengono addestrati, cioè immagazzinando tutto lo scibile dentro la loro banca dati, anche impiegando gli africani a due euro all’ora, ha esclamato: “Ma chissi su ccioti!” Ma questi sono idioti!
Abbiamo dotato gli uomini di nuovi giocattoli, sofisticati e affascinanti, a volte utili, ma si tratta solo di una nuova classe di sistemi esperti. Diremmo che la parola “intelligenza” non c’era affatto bisogno di scomodarla, che ha nobile storia ed è ricca di sfumature.
Ma ci vuole intelligenza!
T. C.

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