Nel silenzio la poesia resiste di Pasquale Viola

“Nella notte la verità aleggia” è una raccolta poetica di Tommaso Cariati, autore calabrese dalla voce autentica e sobria, che attraverso la poesia dà forma a un pensiero profondo, radicato nella vita quotidiana e aperto a interrogativi universali. Questa sintesi nasce da un lavoro critico e affettivo più ampio maturato durante la lettura dell’opera “Nel silenzio della notte la poesia resiste”, Pasquale Viola.
Il saggio è nato come un atto di gratitudine: un modo per restituire, con parole critiche e partecipate, l’emozione di un incontro con una poesia che sa essere civile, spirituale, lirica e concreta al tempo stesso.
La scrittura del saggio è stata accompagnata, in parte, dall’uso dell’intelligenza artificiale come strumento di supporto alla riflessione. L’interazione con il sistema ha permesso di mettere a fuoco intuizioni, ordinare argomenti, aprire nuove domande. Ma la voce critica resta personale, umana, costruita nell’ascolto della poesia stessa, nella sua dimensione corporea e interiore.
Le poesie di Cariati non parlano per alzare la voce, ma per ascoltare, per custodire, per suggerire. Hanno il passo lento di chi cammina a fianco delle cose, delle persone, della verità – quella verità che, come suggerisce il titolo, non si impone ma “aleggia”, si lascia intuire nella notte. Nel cuore di questa raccolta non c’è solo l’atto poetico, ma un’intera visione del mondo: fatta di ricordi, di domande, di esperienze vissute e di gesti semplici. È una poesia che non cerca l’effetto, ma la verità; che non teme il dolore, ma lo accoglie; che non ha bisogno di gridare per farsi sentire. Nella notte la verità aleggia è un libro che si legge con il fiato, con il silenzio, con il desiderio di essere toccati da parole necessarie.

La poesia di Cariati si muove con naturalezza tra il vissuto personale e le grandi domande dell’esistenza. I temi affrontati nella raccolta “Nella notte la verità aleggia” sono molteplici, ma si intrecciano tra loro come i fili di un unico tessuto: quello della vita quotidiana, della memoria, dell’amore, del dolore e della speranza. Molte poesie della raccolta esplorano l’amore in tutte le sue sfumature: l’amore coniugale, filiale, erotico, l’amore che resiste alla distanza, quello che si spezza nel dolore. È un amore concreto, radicato nei corpi e nei gesti, mai idealizzato.
Nel componimento “Canto d’amore”, ad esempio, il desiderio fisico diventa un canto di pienezza e accoglienza, vissuto come energia vitale e rigenerante. Accanto all’amore si affacciano la separazione, il lutto, la consapevolezza del tempo che passa. In “Vengo, sì, vengo”, una donna riceve la notizia della morte del suo amato e il suo dolore si trasforma in un atto estremo, lucido, inevitabile. Ma anche nei testi meno drammatici, la memoria è sempre presente: come luogo da abitare, da rispettare, da onorare.
Cariati è un poeta civile, ma non ideologico. Nelle sue poesie si avverte l’urgenza di parlare delle diseguaglianze, delle morti sul lavoro, della dignità negata. Il dolore collettivo è raccontato attraverso storie individuali, gesti quotidiani, parole misurate che sanno colpire senza ferire. La tensione verso una dimensione più alta attraversa molte poesie, ma mai in forma dogmatica. Nella poesia “Il Gran Mistero”, ad esempio, l’autore si confronta con un celebre passo della “Lettera agli Efesini”, mettendone in discussione il senso e l’applicazione nel presente.
La spiritualità di Cariati è interrogativa, aperta, spesso ironica, ma sempre profondamente umana. Il paesaggio calabrese – montagne, ginestre, colline, nebbie – non è mai solo uno sfondo. È parte integrante dell’identità poetica. In “Estate di Natale”, il fiorire anomalo delle ginestre in pieno inverno diventa simbolo di una grazia inattesa, di una bellezza che resiste anche nel tempo sbagliato. La natura, in queste poesie, è spesso luogo di epifania, di consolazione, di verità silenziosa. Infine, il tema centrale: la verità. Ma non una verità assoluta, né imposta. Una verità che, appunto, aleggia, si lascia percepire tra le righe, nei silenzi, nei sogni, nei gesti piccoli. Una verità che si manifesta non con la forza della certezza, ma con la leggerezza della presenza.

Lo stile di Tommaso Cariati è, prima di tutto, fedele alla sua voce. Una voce che si riconosce per la sua essenzialità, per la sua misura, per la sua profondità mai ostentata. Nell’opera “Nella notte la verità aleggia”, non si trovano artifici letterari gratuiti, né giochi linguistici fini a sé stessi. Ogni parola è scelta con cura, ogni verso è pensato per restare. Il lessico è accessibile, ma mai banale. La lingua poetica di Cariati si nutre di termini semplici, vicini alla vita concreta, spesso legati al lavoro, alla natura, al corpo. Tuttavia, in questa sobrietà si aprono immagini dense, evocative, capaci di dire molto con poco. Frasi come “mentre fuori sono ozi deliranti / noi danziamo su ariette delicate” portano con sé una potenza espressiva che nasce proprio dalla discrezione.
Dal punto di vista metrico, la raccolta predilige il verso libero. I componimenti non seguono strutture rigide, ma si muovono con fluidità, accompagnando il pensiero e il respiro dell’autore. Nonostante l’apparente semplicità, molte poesie rivelano un ritmo interno preciso, fatto di riprese, di accenti ricorrenti, di pause ben calibrate. Uno degli strumenti retorici più frequenti nella raccolta è la ripetizione. Talvolta serve a scandire il ritmo, talvolta a sottolineare una parola-chiave, un nodo tematico. Per esempio, nel poemetto “Vengo, sì, vengo”, la ripresa costante della chiamata – “Vieni, è grave, subito, vieni!” – amplifica la tensione drammatica e accompagna il crescendo emotivo della protagonista.
Un tratto distintivo della poetica di Cariati è la libertà nel mescolare registri diversi. Nella stessa poesia si può passare dal tono lirico al tono ironico, dal riferimento biblico a quello contemporaneo, dal lessico popolare al riferimento culturale alto. Questo permette all’autore di parlare a tutti, senza perdere profondità. In alcune poesie, compaiono termini dialettali, soprattutto legati al mondo contadino e familiare. In altre, invece, fanno capolino parole appartenenti al linguaggio del lavoro, della burocrazia, della tecnologia (smart working, algoritmo, ecc.). Anche queste incursioni sono sempre integrate con naturalezza e servono a radicare la poesia nel presente, a renderla aderente alla realtà.
La poesia di Cariati non indulge in decorazioni retoriche vistose. Le figure retoriche sono presenti, ma sempre al servizio del senso. Le metafore sono chiare, quasi corporee. Le similitudini evocano sensazioni familiari. Le domande retoriche, infine, sono frequenti: aprono uno spazio di riflessione, di dialogo, di dubbio. Forse il tratto più riconoscibile dello stile di Tommaso Cariati è il tono generale: mai gridato, mai polemico, ma sempre attento. È la voce di chi ha visto, ma non ha smesso di interrogarsi. Di chi ha amato, ma non pretende di spiegare. Di chi scrive non per convincere, ma per accompagnare.

All’interno della raccolta, alcuni componimenti si impongono per intensità, profondità e capacità di condensare lo spirito complessivo dell’opera. Tra queste, tre si distinguono in particolare: “Nella notte la verità aleggia”, che dà il titolo alla raccolta, “Vengo, sì, vengo” e “Fonti perenni”. Ognuna di esse rappresenta un diverso volto della poesia di Tommaso Cariati: la riflessione civile, il dolore personale, la sapienza del quotidiano. “Nella notte la verità aleggia”, ampio poema posto in posizione di apertura dell’opera, si configura come un racconto poetico corale e narrativo, che mette in scena l’incontro tra due disertori stranieri e una famiglia calabrese, in un paesaggio sospeso tra realtà storica, attualità geopolitica e umanità concreta.
Il testo è lungo, articolato, ma sempre sorretto da una lingua limpida, sorvegliata, attenta al ritmo e alla verità delle voci. Tra i molti versi che potrebbero essere scelti, ne riportiamo alcuni tra i quali uno in particolare rappresenta il cuore tematico e tonale:

“La posta in gioco ci fu presto chiara:
guerra per procura tra Orso e Bisonte;
cane non molla osso, se altro non strappa;
anche guerra civile ed esistenziale.”

In questo brano, verso la fine del poema, i due protagonisti rifugiati si rendono conto che il conflitto da cui stanno fuggendo non è solo una guerra territoriale, né soltanto una contesa geopolitica tra potenze — l’Orso (la Russia) e il Bisonte (gli Stati Uniti) — ma qualcosa di più profondo: una guerra che attraversa l’anima, una frattura nella coscienza degli uomini. Qui si apre il nucleo più profondo della poesia: l’esperienza della guerra come crisi di senso, come lacerazione dell’umanità, come disorientamento. La verità non è facilmente accessibile, non è distribuita in modo binario tra “colpevoli” e “innocenti”. È, appunto, qualcosa che “aleggia”: fluttua tra le parole, tra le scelte, tra i gesti di chi accoglie e di chi fugge.
In questo scenario, l’accoglienza della famiglia contadina calabrese non è solo un atto di umanità, ma un gesto di resistenza silenziosa. Il nocino offerto, il fieno sistemato, la zuppa calda sono azioni poetiche e politiche: piccoli atti che restituiscono dignità e verità all’umano, mentre tutto attorno la Storia si confonde e si abbuia.

Il poemetto “Vengo, sì, vengo” è un monologo lirico e drammatico che mette in scena la voce straziata di una donna di fronte alla morte del compagno, per un incidente sul lavoro. La poesia si costruisce sull’alternanza tra il messaggio che annuncia la tragedia – ripetuto come un richiamo ossessivo: “Vieni, è grave, subito, vieni!” – e le risposte sconvolte della protagonista, che si aggrappa alla memoria, alla disperazione, alla follia, fino al gesto estremo del finale. Alcuni versi emblematici, in cui il dolore raggiunge il suo apice e si trasforma in domanda radicale, sono i seguenti:

“Per vivere, dimmi, o per morire?
Vieni, è grave, subito, vieni!
Vengo? Come vengo, misera me?
Vengo, sì, vengo, amore mio: vengo da te.”

Con questa domanda – Per vivere, dimmi, o per morire? – la voce poetica smaschera la frattura insanabile tra il valore umano del lavoro e la sua tragica realtà. È una domanda che buca la poesia e colpisce il lettore: perché lavoriamo, se il lavoro può anche uccidere? È ancora possibile parlare di “dignità” quando si muore “schiacciati da un carrello elevatore”? Il verso è breve, diretto, terribilmente lucido. Non è più solo il lamento di chi ha perso l’amore, ma la voce di tutte le vite spezzate sul posto di lavoro, di tutte le esistenze sacrificate nel silenzio. Eppure, la poesia non è solo denuncia: è anche gesto d’amore assoluto. La chiusa – “Vengo, sì, vengo, amore mio: vengo da te” – risuona come una dichiarazione d’eternità, un atto poetico che rende sacro il ricordo, il dolore, la fedeltà.

“Fonti perenni” è una poesia di equilibrio e consapevolezza, scritta con il tono pacato di chi ha attraversato molto e ha scelto di restare saldo, senza ostentazione. Il testo racconta un “noi” che ha superato difficoltà profonde – i “tunnel neri” – e che oggi può sostare accanto a fonti “gaie e perenni”, ma non per merito o bravura, bensì per un’attitudine di dono, fiducia e resistenza. Il passaggio che meglio racchiude questo spirito è: “mentre fuori sono ozi deliranti / noi danziamo su ariette delicate”. Collocato in chiusura della poesia, il frammento ha il sapore di una quieta rivendicazione. Mentre “fuori” il mondo è agitato da “ozi deliranti” – immagini che evocano caos, superficialità, frenesia – chi ha lavorato, curato, sofferto, conserva dentro di sé una leggerezza interiore, una grazia silenziosa. L’“arietta” è metafora di un tempo lento, di un’armonia discreta. Danza significa qui non leggerezza spensierata, ma una forma di gioia conquistata, una risposta poetica all’inquietudine esterna. È una dichiarazione di dignità e misura, che ben rappresenta l’etica della poesia di Cariati: vivere con sobrietà, ascoltare ciò che non fa rumore, riconoscere valore nei gesti semplici.

La lettura di “Nella notte la verità aleggia” non è, per me, solo un esercizio critico: è stata un’esperienza umana, intensa, meditativa. Mi sono avvicinato ai versi di Cariati come si entra in una casa silenziosa, dove ogni oggetto racconta qualcosa, e ogni parola è messa lì per essere ascoltata, non solo capita. Ciò che più mi ha colpito è la capacità dell’autore di parlare di tutto senza alzare la voce. Le sue poesie non si impongono, ma si fanno ricordare, non cercano l’effetto, ma la verità. Una verità che, come già messo in evidenza, non è mai assoluta, ma “aleggia”: fragile, leggera, sfuggente, ma presente.
Il saggio ampio, del quale questo testo è sintesi, è nato dal desiderio di accompagnare altri lettori in un viaggio simile al mio. Non si tratta di spiegare, ma di camminare insieme. Ho cercato di raccogliere ciò che queste poesie mi hanno restituito: immagini, riflessioni, domande. Alcune di esse sono maturate nel silenzio, altre grazie al confronto con uno strumento inusuale come l’intelligenza artificiale. Anche questo aspetto ha fatto parte del cammino: la consapevolezza che oggi il pensiero critico può dialogare con nuove tecnologie, senza che per questo il lettore-critico smarrisca la propria umanità. Ma, al di là del metodo, ciò che resta è l’incontro con una poesia autentica, una poesia che nasce dalla vita concreta, dal lavoro, dall’amore, dal dolore e dalla memoria. Una poesia che non separa il pensiero dal cuore, ma li tiene insieme, una poesia che non teme di interrogarsi, anche sul sacro, anche sull’amore, anche sulla morte.
“Nella notte la verità aleggia” è un libriccino che può accompagnare il lettore in momenti diversi della vita. È una raccolta da leggere lentamente, da riprendere, da sottolineare, da regalare. Perché in un tempo fatto di rumori, notifiche, slogan, serve ancora qualcuno che parli piano e dica l’essenziale. Tommaso Cariati con la sua poesia fa questo servizio per la collettività. Questa raccolta è la sua voce. Accoglierla è un atto di ascolto. Condividerla, un gesto di gratitudine.

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